| Recensione pubblicata il 08 01 2009 |
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Un cantautore non contemporaneo
di
Daniele Suardi
Non comincerò questo articolo dicendo che pochi anni prima della morte, Fabrizio De André disse di Max Manfredi "è il più bravo". Non farò neppure una rapida carrellata di queste 13 canzoni di cui sarebbe fin troppo facile elogiare la fattura o la perizia compositiva del loro autore.
Parlerò piuttosto della fatica che ho fatto (e solo il responsabile della sezione promo di Muscboom sa di che cosa sto parlando) ad ascoltare e recensire quest'album... di come una canzone mi bastasse per l'intera giornata, di come anche un po' mi indisponeva una certa indignazione indiscriminata, quasi qualunquista di canzoni come L'ora del dilettante; di come la lucida perfezione compositiva dell'iperstrutturata title-track, Luna persa (una rapsodia epica di 12 minuti che descrive il rapporto tra un padre e sua figlia, costruita su improvvisi cambi di tempo, di arrangiamento e di atmosfere), mi apparisse fredda, scostante, come quelle parole che rinunciavano a voler essere scaldate e scaldare, e scorrevano quasi inerti su tessuto musicale. E poi, devo dire, mi disturbava anche questo patchwork composito di brandelli di un etnicità occidentalizzata, a tratti semi-folkloristica che, con un orecchio agli esperimenti caposseliani, li risolveva poi in razionali quadrature del cerchio le quali troppo spesso mi sembrava avessero il sentore del souvenir costoso e chic.
Ma poi ho capito una cosa... Ero anche io a non essere più abituato a canzoni e parole che pretendessero così prepotentemente di farsi ascoltare, e con tale intensità: ogni parola qui pesa, cesellata con la pazienza dell'artigiano che non si cura del tempo. E che soprattutto non si cura di chiederne, di tempo, all'ascoltatore. E questa raffinatezza un po' snob allora si dischiude, e si dischiude anche il dolore e il disagio dell'autore che sembra anch'esso non capire più per chi stia cantando e chi lo stia ascoltando: "se gli dicessi che li odio non lo so se mi saprebbero capire, ma se gli urlassi in faccia che li amo chi lo sa se mi starebbero a sentire". E' già una recensione all'album intero questo verso. Max Manfredi, ultimo dei cantautori partorito dal Mar Ligure, sorto dalle estreme propaggini di quell'onda genovese che poi lo ha abbandonato sulla spiaggia durante la risacca vive e canta rimanendo a cavallo di due generazioni, l'ultima delle quali, l'attuale, gli ha sempre tributato un abbondante successo di critica ma un avaro riscontro da parte del pubblico.
Ora, mi sembra di cogliere in questo album il raffinato e doloroso canto di un non-contemporaneo, non proprio di un moralista, c'è della rabbia sostenuta dal dolore del rifiuto. C'è l'indignazione piena di compassione di chi, in Il regno delle fate, osserva un'umanità che non sente più come sua, e raccoglie e monta una inquadrature riprese sulla tratta sulla tratta Milano-Genova. Non solo a cavallo del tempo ma anche dei luoghi, la ferrovia ritorna spesso in queste 13 canzoni. Stare sulla cesura, sul margine tra tempi e luoghi diversi diventa quasi una scelta e anche il luogo più adatto all'osservazione.
Ma ancora si rimane col dubbio, a chi sta parlando Max Manfredi? Forse non proprio a noi, non proprio a me, è forse un'occasione persa, forse è un 'incontro mancato questo album? E di chi è la colpa? Io continuerò ad ascoltare canzoni rimanendo nel dubbio, a concedergli tempo, voi ascoltatelo e sappiatemi dire. |