| Articolo pubblicato il 06 01 2010 |
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Un po' di luce sui Controluce
di
Luca Barachetti
Siete una coppia nell'arte e nella vita. Senza voler scendere troppo nel privato, ci raccontate come è nato questo vostro duo che non è solo artistico?
Miky: Ci siamo incontrati, artisticamente e umanamente, grazie al classico annuncio. La band in cui suonavo anni fa cercava una cantante e ha risposto Simona. Dopo alcune prove ci siamo completamente persi di vista. L’aspetto paradossale della vicenda è che, trascorsi altri anni, mettendo un altro annuncio per un nuovo progetto, ha risposto sempre Simona! Abbiamo talmente tanti ascolti in comune che era inevitabile che ci ritrovassimo per costruire qualcosa insieme.
Simona: Considerata la nostra condizione di duo composto da un uomo e una donna, la tua curiosità è più che giustificata. Ti confesso che il chiacchiericcio formatosi intorno al nostro “stare insieme” ci diverte parecchio. Come diceva Miky, si è trattato di una serie di coincidenze un po' assurde in seguito alle quali ci siamo ritrovati a distanza di anni a suonare insieme. Ci siamo riscoperti così simili da decidere di iniziare un percorso comune... ed eccoci qua. Molti ci domandano come si faccia a conciliare il rapporto di coppia con quello artistico. Avviene esattamente con le stesse dinamiche di qualunque relazione “rodata”, con la variante di condividere quella che per entrambi è la passione più grande: la musica. Diciamo che non si stacca mai del tutto: una tranquilla cenetta può trasformarsi in una riunione in cui i Controluce definiscono scalette, arrangiamenti e progetti futuri...
Nella presentazione del vostro disco si parla di C.S.I. e Max Gazzé, riferimenti che effettivamente si ritrovano durante l'ascolto. In particolare, se dovessi indicare entomologicamente dei dischi da cui discendete, direi due di Gazzé: quello del cammello e “Ognuno fa quello che gli pare”. Che cosa vi interessa di più di Gazzé e in generale cosa ascoltate?
Simona: Max Gazzé è uno dei pochi artisti che ho amato sin dal primo ascolto. Mi sono ritrovata immediatamente nelle sue sonorità, rimanendo affascinata dai testi (la maggior parte peraltro ad opera del fratello Francesco, che è uno scrittore). Restando in ambito italiano, mi piace la scrittura di Manuel Agnelli (un provocatore che sa essere al tempo stesso profondo e crudo), Paolo Benvegnù (introspettivo e spirituale), Moltheni (visionario, scuro ma anche ironico) e, andando più indietro nel tempo, Franco Battiato (uno degli autori italiani più originali, secondo me i suoi brani rasentano la perfezione), i primi Litfiba, i La Crus, i Marlene Kuntz... Ovviamente includo il buon cantautorato nostrano che conoscevo già ma che ho avuto modo di approfondire anche grazie a Miky. C'è da dire però che i miei ascolti principali sono stati per molto tempo soprattutto inglesi/americani (vedi Beatles, Sonic Youth, Pj Harvey, Smiths, Nirvana, Tori Amos, Jeff Buckley, Pixies, Dinosaur Jr…insomma lista lunghissima). In sostanza credo di essere stata influenzata nel gusto sonoro principalmente dalle atmosfere/sonorità straniere e nella scrittura dei testi dai cantautori: credo sia proprio da questa contaminazione che siano nati i Controluce.
Miky: I dischi di Gazzè sono stati molto importanti per noi, aggiungo ai due (ottimi) lavori che hai citato anche “La favola di Adamo ed Eva”, un album che proprio Simona mi ha passato nel periodo in cui ancora i Controluce non esistevano. I miei riferimenti musicali sono piuttosto vari. Mi piace pescare nella tradizione così come nell’attualità, nella mia playlist può esserci una ballad di Johnny Cash come un pezzo dubstep di Burial. Ho un debole per i testi “noir” alla Nick Cave e per l’elettronica minimale dei Kraftwerk e di Aphex Twin. In comune, io e Simona, abbiamo una vera e propria venerazione per i Beatles, gli Smiths e i Sonic Youth. Poi ci siamo contaminati a vicenda… Lei mi ha fatto scoprire gli Afterhours e P.J. Harvey, io l’ho contagiata con il cantautorato italiano e l’elettronica.
Solitamente quando un gruppo di musica pop italiano indica i propri riferimenti italiani finisce sempre a citare i cantautori o simili e mai per artisti in tutto e del tutto pop. Eppure il nostro Paese ha una tradizione pop piuttosto importante e varia, da Battisti ai Matia Bazar. Secondo voi perché? Miky: Io, a differenza di Simona, non ho ascoltato molto il pop italiano “d’epoca”. Ho sempre ascoltato i cantautori “classici” e, solo negli ultimi anni, ho scoperto alcune gemme del passato. C’è da dire che anche i cantautori più blasonati hanno composto delle pop-song che sono tuttora degli esempi preziosi su come si possa fare della musica “leggera” senza trascurare i contenuti. Penso al Fossati di “La canzone popolare”, al De Gregori di “Rimmel”... per non parlare di Battiato che è riuscito a creare vere e proprie hit da classifica facendo ascoltare alle “masse” dei testi coltissimi: un genio. Simona: Sono cresciuta in una famiglia in cui si ascoltava moltissimo la radio. Quella di “sola musica italiana”, per intenderci. Volente o nolente, la mia infanzia è stata per forza di cose “contaminata” da ascolti, diciamo così, leggeri che ho comunque “compensato” con i dischi di De Andrè, De Gregori, Beatles e Battiato (gli unici presenti in casa prima che cominciassi a comprarli io). Rispetto alla tua domanda, dire che discograficamente il nostro paese tende a puntare maggiormente sulla musica popolare e melodica, specie se l’argomento trattato è l’amore. Fin qui tutto bene, ma solo se il risultato è una bella canzone e non (citando Gazzè) solo un pretesto per far vibrare l'aria. Grazie ai canali alternativi e alla rete, oggi anche gli artisti più coraggiosi (dopo mille peripezie, anche di carattere economico) hanno la possibilità di essere apprezzati da un pubblico desideroso di sincerità, spontaneità e modernità.
Tornando alla domanda iniziale, immagino che anche il lavoro sui brani sia in coppia. Chi si occupa di cosa? All'ascolto su disco le canzoni hanno un che di “casalingo”, nel senso che paiono il risultato di un lungo lavoro di artigianato (aggiungere, togliere, dosare) soprattutto sul rapporto tra parole e musica, nell'appoggio delle parole sugli accordi. Un lavoro che è un po' come il cucinare. E' così? Simona: Mi fa molto piacere che tu abbia colto lo spirito del nostro disco. Il fatto di essere un duo non significa relegarci necessariamente l’una alla parte letteraria e l’altro a quella strumentale. Per noi il concetto di band rimane! Cerchiamo di portare avanti soltanto brani che piacciono ad entrambi, trovando soluzioni che soddisfano tutti e due. Abbiamo in cantiere altre canzoni che stiamo finendo di affinare e arrangiare, tenendo sempre in considerazione il contributo che entrambi possiamo dare ai pezzi, evitando imposizioni e ruoli prestabiliti. Inizialmente è più faticoso, ma finora si è dimostrata la strada più efficace. Miky: I brani di “Aprile” sono frutto del contributo di entrambi, ma in dosi diverse. Ci sono pezzi scritti “in coppia” e altri concepiti interamente da Simona o da me. Per restare in ambito culinario, potremmo dire che ci siamo alternati ai fornelli ma abbiamo curato entrambi la qualità finale del piatto. Tutto questo lavoro è servito ad estrarre il meglio dalle nostre intuizioni che sono state poi rifinite insieme. Il fatto di essere un duo facilita enormemente le cose: ci si può dedicare interamente alla canzone senza essere distratti dalle dinamiche (spesso soffocanti) che si creano a volte in una band.
E a parte ciò, come mai scrivete canzoni, che utilità e che senso ha per voi? Miky: Scriviamo canzoni perché non possiamo farne a meno. Quando le nostre sensazioni traboccano le traduciamo in musica e testi, forse per evitare che ci travolgano. Non è un procedimento calcolato. Mi capita di ritrovarmi tra le mani un’armonia o un frammento di testo, magari mentre provo un altro pezzo sulla chitarra. Questo è il momento più prezioso, nel quale ci viene donato qualcosa: bisogna coglierlo e nutrirlo. La scarsa autostima che ci viene inculcata dalla nostra cultura ci suggerisce di lasciare perdere, che sono tutte sciocchezze. Siamo programmati per produrre, non per creare. Per questo trovo che abbandonarsi alla propria creatività sia un gesto profondamente liberatorio e rivoluzionario.
Simona: Per me scrivere canzoni è una sorta di terapia per liberarmi dei troppi pensieri che ingombrano la mia mente. Mi ritengo una persona particolarmente ricettiva e sensibile. Questo, come potrai immaginare, nella vita di tutti i giorni è uno svantaggio enorme perché tutto mi coinvolge in maniera eccessiva e a tratti imprevedibile. Nel corso del tempo sono riuscita a trasformare questo mio aspetto in una specie di “liberazione” che è sfociata nello scrivere canzoni. Attraverso le parole mi lascio andare e racconto liberamente di me e di quanto mi circonda. In questo modo traduco in musica e parole le sensazioni che mi aggrediscono o quelle che mi trasmettono positività. Allontanandomi dall’emozione (negativa o positiva che sia) provo ad osservarla dall’esterno con maggiore distacco. Tutto questo diviene magia nel momento in cui il risultato viene apprezzato e condiviso da chi ci ascolta.
A livello di arrangiamenti mi sembra che rispetto a delle cose che avevo sentito sul vostro MySpace prima del disco, qui venga un po' meno l'elettronica, a favore di sonorità molto acustiche e 'suonate', direi – se non fosse definizione inflazionata – vintage. Perché? Simona: Per noi è stata la prima vera esperienza in studio. Nelle nostre autoproduzioni ci siamo potuti esprimere liberamente, ma, contemporaneamente rischiavamo di chiuderci in noi stessi senza avere uno scambio con l’esterno. Insieme a Lele Battista, abbiamo definito alcuni “paletti” per la produzione di “Aprile”. Sia noi che Lele, abbiamo alcune “fissazioni” che hanno contribuito a creare l'dentità dell'album. Ci siamo concessi alcuni momenti di sperimentazione e alcune derive in diversi generi, però senza mai staccarci troppo dall’indie-pop. Un doveroso ringraziamento va naturalmente anche agli altri artisti e professionisti che hanno contribuito alla stesura del disco (Giorgio Mastrocola alla chitarra acustica, Yuri Beretta ai cori su “Rosso”, Giorgio Cuccurugnani al basso, Alberto Pederneschi alla batteria e Max Lotti al missaggio/mastering). Miky: Durante la lavorazione di “Aprile” ci siamo trovati, dopo alcuni lavori interamente prodotti da noi e registrati da me nel nostro home studio, a poter lavorare in maniera diversa. Avendo a disposizione uno studio vero e proprio e un produttore artistico del calibro di Lele Battista, abbiamo decisamente virato verso un suono più raffinato che comunque mantiene parecchi elementi sperimentali che, da sempre, ci caratterizzano. Le sonorità più crude ed elettroniche di cui parli sono rimaste nei nostri live che continuiamo, per ora, ad affrontare in due, mettendo completamente a nudo i brani e cercando, attraverso un suono diretto e minimale, di stabilire un contatto immediato con il pubblico.
“Rosso”, il singolo, è una canzone solo apparentemente pacificatoria, in realtà piuttosto vibrante... Simona: “Rosso” è un brano che ho scritto di getto. Sono partita dalla sensazione di stupore che ho provato una sera: percepivo i miei pensieri più leggeri del solito (cose mai viste!). Inizialmente ho pensato che fosse dovuto al vino che avevo bevuto (che allontana le paure e protegge dal dolore). La risposta più sincera mi è arrivata quando ho capito che a riscaldarmi il cuore era il sentimento della persona che avevo accanto e che, nonostante sia rosso il “segno delle catene”, dello stesso colore è anche il mattino (inteso come rinascita) e il sangue che ci scorre nelle vene (l’istintività, la passione). Miky: Il brano è stato scritto interamente da Simona ma descrive umori e colori nei quali mi ritrovo pienamente. Il vino viene usato come una tinta scarlatta che rappresenta i momenti più intensi: l’ebbrezza, l’amore e la sofferenza. Il rosso ci scorre dentro e si manifesta nelle occasioni forti. E' una tonalità decisa e imponente, di quelle che possono inebriarti o ucciderti. Abbiamo volutamente mantenuto un arrangiamento ciclico proprio per sottolineare la natura ricorrente e mutevole di questo colore nelle nostre esistenze.
“Argento” invece è una sorta di reading musicata, tipo Massimo Volume o l'Agnelli di “Ritorno a casa”. Ce ne parlate? Miky: "Argento" parla di un mio ricordo di infanzia, il primo in assoluto al quale riesco a risalire. Ero così piccolo che è praticamente impossibile che me lo ricordi, eppure è così. I miei erano andati a vedere una casa vicino a un ruscello e io sono rimasto ipnotizzato dallo scorrere dell’acqua sulla ghiaia che creava riflessi d’argento. Il testo narra di come questa capacità di restare meravigliati di fronte ai piccoli miracoli quotidiani si perda con l’età, con il crescere di una paura che si sostituisce, come un veleno, alla nostra gioia istintiva. Questa narrazione è come un viaggio per riscoprire questo primordiale senso di stupore che, per quanto contaminato, non voglio lasciare morire. Simona: Agnelli nel brano “Ritorno a casa” riesce sempre a commuovermi e amo i Massimo Volume. Non sai quanto ci lusinghi il paragone! Il reading di “Argento” è stato scritto da Miky. Aveva registrato il suo parlato su un arpeggio di chitarra e quando l'ho ascoltato mi ha talmente colpito da volerlo inserire nella scaletta dei live e successivamente anche in quella di “Aprile”. Mi piacciono molto le immagini che ha utilizzato nel testo. Mi affascina la sensazione di smarrimento e di ricerca interiore che si respira nel brano. Credo sia tra i pezzi che più preferisco del disco: vuoi per la ritmica e l'arrangiamento molto trascinanti, vuoi perchè attraverso la mia voce credo di essere riuscita ad esprimere la nostalgia che Miky aveva in mente quando lo ha scritto.
Prima Miky accennava alla resa dal vivo dei pezzi del disco, che avverrà senza l'ausilio di altri musicisti... Miky: Sì, per ora manterremo la formazione in duo ma non escludiamo, in futuro, di aggiungere altri elementi. E’ molto rischioso presentarsi così “nudi” di fronte al pubblico, ma è un ottimo test per le canzoni che stanno piacendo anche in questa veste minimale. In questo modo riusciamo a mettere in piena luce la vocalità di Simona e a creare una tensione alla quale gli spettatori partecipano volentieri. Simona: Confermo quanto dice Miky e aggiungo che suonare in due, senza una band, è per noi sicuramente più faticoso. Bisogna considerare però che per il pubblico è di gran lunga più emozionante. Spogliare la canzone di ogni orpello ci permette di valorizzare il testo giocando con la dinamica della mia voce e con le scelte di arrangiamento. In alcuni brani Miky passerà dalla chitarra al synth ed io suonerò anche la chitarra acustica e qualche percussione. Faremo anche alcuni reading con basi sperimentali e improvvisazioni: sarà uno spettacolo minimale, ma non certo noioso!
No, non noioso, anzi molto più energico rispetto al tono meditativo scelto per l'interpretazione del disco, secondo me perfetto. In conclusione, come siete arrivati a tale scelta, che mi sembra uno dei punti di forza di tutto il lavoro? Simona: La scelta di approcciarmi ai brani del disco in maniera eterea, sussurrata e dolce è stata naturale. Abbiamo utilizzato questo timbro per dare una continuità alle canzoni, così come abbiamo scelto di non utilizzare i tom della batteria e di evitare assoli o virtuosismi in tutto l’album. Te l’avevo detto che abbiamo delle fissazioni, no? “Aprile” è il nostro album d’esordio e non potevamo mostrarci diversi da quello che siamo. E’ un disco spontaneo, sincero. E’ una fotografia di quello che ci piace. Per esempio, abbiamo scelto di inserire in molti brani il mellotron (l'antenato del campionatore) affinché richiamasse le sonorità dei Beatles e di non sentirci obbligati a seguire necessariamente i clichè tipici della musica italiana. Miky: Come dicevo prima, in studio è stato naturale cercare una dimensione più morbida e riflessiva. Del resto se un album ti cattura, lo ascolti per molto tempo. Abbiamo enfatizzato la nostra dimensione più indie, lasciano in secondo piano gli aspetti più sanguigni. Dal vivo, invece, cerchiamo di essere più graffianti e istintivi: pensiamo sia più giusto mostrarci al pubblico in maniera cruda e diretta, senza troppi fronzoli.
Le foto sono di Alessandra Di Gregorio
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